Juventus come la fenice, cronaca di una rinascita

L’araba fenice. Il leggendario uccello che, in punto di morte, rinasce dalle proprie ceneri. Questa è la pittoresca associazione che molti addetti ai lavori, in questo periodo, stanno affibbiando alla Juventus. Una squadra capace di risorgere, sempre e comunque.

Era l’estate del 2006, quando lo scandalo Calciopoli si apprestava a sconvolgere gli equilibri del calcio italiano, e forse a cambiarli per sempre. La Nazionale di Marcello Lippi, zeppa di giocatori della Juventus, colonne portanti dell’armata azzurra arrivò ai Mondiali di Germania tra mille critiche. Il titolo iridato fu conquistato in un’atmosfera quasi paradossale, che imponeva ai giocatori bianconeri una retrocessione inevitabile, un salto dal tutto del mondo fino agli abissi più infimi del calcio.

L’inferno della Serie B ha rifilato una serie di batoste inesorabili alle ambizioni della Vecchia Signora, frustrata economicamente, privata di gran parte dei pezzi forti della rosa, con una società annichilita e un danno d’immagine incalcolabile. Una squadra letteralmente distrutta. Nel frattempo, il Milan trionfava in Champions League, mentre l’Inter si apprestava ad attraversare un periodo vincente che pareva non sarebbe mai finito, e che l’avrebbe portata in pochi anni a vincere tutto sia a livello nazionale che a livello internazionale.

Anche una volta tornata a misurarsi con le grandi d’Italia, qualche tempo dopo, la Juventus sembrava non riuscire a rilanciarsi: nonostante alcuni investimenti anche corposi, ma rivelatisi poi fallimentari a livello tecnico (si prendano ad esempio le trattative che portarono agli acquisti di Diego e di Felipe Melo), Madama sembrava ben lontana dal riuscire a tornare seriamente competitiva.

Dall’umiliazione dei settimi posti, al mercato che non decollava, la Juventus, negli anni precedenti alla sua resurrezione, pareva incapace di risollevarsi. Sembrano passati cent’anni da quando la Vecchia Signora incassava il “no” di Di Natale, costretta poi a ripiegare su Quagliarella: era l’agosto del 2010, poco più di un lustro fa.

JuventusE poi? Poi è subentrato il progetto. Il vero punto di forza della Vecchia Signora, simbolo stesso della sua rinascita. Un progetto fatto di mosse oculate, di piccoli passi più che di balzi eclatanti. L’intelligenza, la lungimiranza e la pazienza, più che la forza economica e la frenesia. La Juventus ha aspettato, continuando a incassare colpo su colpo ma stavolta senza cedere, con lo sguardo rivolto a quel futuro che stava per essere costruito in silenzio.

Fine estate 2011. Lo stadio di proprietà. Il primo mattone sul quale riedificare un impero in macerie. L’allenatore giusto al momento giusto, sul posto giusto. Una dirigenza capace di crederci. Un mercato votato al risparmio e alla qualità, destinato a crescere con l’aumento stesso dell’appeal della squadra. Vecchi campioni apparentemente sulla via del tramonto, ma recuperati per un tozzo di pane con la consapevolezza di poter ancora servire la causa: Pirlo, Barzagli, Tevez, Llorente, Evra. Poi giovani di talento, arrivati per pochi spiccioli e poi valorizzati sotto la luce del loro potenziale (e in alcuni casi rivenduti per monetizzare e reinvestire): Pogba, Vidal, Coman, Morata, Rugani.

In pochi anni, il progetto della Juventus è decollato: la prima tappa è stata la riaffermazione sul territorio nazionale, grazie a un successo dietro l’altro e alla riconquista della Serie A. Il marketing, l’investimento sui social network, le vittorie, e il resto è venuto da sé. L’appeal della Vecchia Signora non ha fatto che crescere, così come la sua forza economica. E con un’immagine ormai ricostruita, è stato lanciato anche l’assalto all’Europa. In questa ottica, la finale di Champions League persa contro il Barcellona nel 2015, è stato quasi un evento casuale, benché non del tutto estraneo o imprevisto. Un evento che in qualche modo ha accelerato i tempi rispetto alle iniziali previsioni, e che ha portato al culmine il fine ultimo del progetto bianconero: quello di sedersi al famoso tavolo del ristorante da 100 euro insieme a Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco.

A proposito, chissà cosa sarebbe successo allora, se Antonio Conte avesse avuto un po’ più di pazienza, e avesse creduto maggiormente nel progetto bianconero. Ne coglie adesso i frutti Massimiliano Allegri: frutti maturi, succosi, saporiti, che valgono la tecnica di Pjanic, il talento di Pjaca, l’esperienza di Dani Alves, la forza di Benatia. E, adesso, anche l’istinto di Higuain: un frutto da ben 90 milioni, cifra che ora la Juventus può spendere e che, prontamente, spende.

L’obiettivo adesso è uno solo, da agguantare il prima possibile: la coppa dalle grandi orecchie. Un trofeo che manca da ormai troppo tempo nella bacheca della Juventus. Una bacheca tornata a riempirsi di titoli e riconoscimenti prestigiosi, uno dietro l’altro. Così come la fenice bianconera è tornata a spiccare il volo, ergendosi più in alto che mai.

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